“Sentirsi grassa” è un’esperienza riportata da molte donne, frutto di una combinazione di oscillazioni ormonali, umorali e percettive, oltre che di pressione sociale. Tuttavia, nelle persone affette da un disturbo alimentare questa sensazione sembra essere molto più accentuata e intensa, tanto da portare spesso a vere e proprie distorsioni cognitive e alterazioni nella visione della propria immagine corporea, con conseguenze sull’accentuarsi del disturbo e del suo mantenimento.
La prima cosa da sottolineare è che il “sentirsi grassa” rimanda ad una sensazione soggettiva. Alcune persone affette da obesità, ad esempio, hanno questa sensazione, molte altre no, nonostante siano consapevoli e insoddisfatte della propria forma del corpo (Cooper, Fairburn e Hawker, 2003). “Sentirsi grassa” non è dunque un concetto legato strettamente al peso o ad un dato fisico oggettivo, ma ad una sensazione che dipende dal significato attribuito da alcune pazienti alle proprie emozioni ed esperienze corporee e fisiologiche. In generale, siamo portati a pensare che più è radicata e intensa la preoccupazione per il peso e la propria forma del corpo, più questa sensazione sarà accentuata e duratura. Nelle pazienti affette da disturbi dell’alimentazione, affrontare l’idea del “sentirsi grassa” diventa dunque un punto cruciale per disinnescare il circolo vizioso di mantenimento del disturbo stesso.
Il protocollo CBT-E (Cognitive Behavioural Therapy – Enhanced) è un trattamento specifico e mirato, volto, tra le altre cose, a ridurre l’aggressività e l’intensità di questa sensazione. L’obiettivo di questa fase del trattamento è di rendere le pazienti consapevoli della forma e consistenza di questa idea, istruirle sul “sentirsi grasse”, ovvero dare informazioni utili a comprendere come questa sensazione sia legata a stati interni soggettivi, e aiutarle a monitorarla nei termini di quando si verifica e che cosa la scatena (mi sto sentendo grassa perché… questo evento mi ha fatto sentire così…).
Senza dubbio, l’intervento terapeutico mira quindi ad erodere non solo le distorsioni cognitive legate a tale sensazione, ma anche ad esplorare le origini della valutazione eccessiva della forma del corpo e del peso nella propria storia di vita (dove ho imparato a sentirmi così? Dove ho imparato che la forma del mio corpo è l’unico dominio in cui mi posso valutare come persona?). Ricordiamo, infatti, che l’aspetto psicopatologico presente nelle persone affette da disturbi alimentari nasce da una errata interpretazione di vissuti, pensieri, emozioni ed esperienze apprese durante l’arco di vita e mantenute da un circolo vizioso di credenze errate e negative su di sé, rendendo una fisiologica preoccupazione per il corpo un’eccessiva, intensa e dolorosa esperienza rimuginativa soggettiva legata alla svalutazione di sé in quanto persone (se sono grassa, allora sono una brutta persona, non valgo niente).
L’obiettivo finale è di imparare a riconoscere e controllare tali stati interni dolorosi, senza lasciarsi condizionare da essi. Imparare ad amarsi senza giudizio, né colpa o svalutazione. Accettare se stessi, ovvero iniziare a vedere il proprio corpo per come realmente è, senza precludersi la possibilità di migliorarlo, ma con una consapevolezza e controllo maggiori, senza eccessi.
Senza accettazione, non c’è benessere. La terapia in questo senso può essere la chiave per aprire la porta del cambiamento verso di esso.



