Psicologa Giulia Pelini

Muoversi nell’incertezza: il paziente come nucleo terapeutico

Viviamo e lavoriamo in un’epoca sempre più centrata sulla previsione, sul controllo e sulla riduzione del rischio. Eppure, chi opera in ambito clinico sa che l’incertezza non è un’eccezione del processo di cura, bensì ne costituisce la trama stessa.

Per molto tempo la medicina e la psicologia hanno cercato di ridurre l’incertezza attraverso l’accumulo di conoscenze, protocolli e linee guida. Sebbene questi strumenti siano indispensabili, la ricerca contemporanea suggerisce che la questione centrale non sia eliminare l’incertezza con diagnosi e cure certe in partenza, bensì sviluppare la capacità di tollerarla e di mettersi in ascolto del paziente per adeguare la terapia stessa al singolo caso. Linee guida scientifiche e personalizzazione della terapia, sono quindi due componenti che possono lavorare all’unisono in un’ottica di prevenzione e cura.

L’intolleranza dell’incertezza: un costrutto chiave

Negli ultimi trent’anni la psicologia clinica ha sviluppato il concetto di “intolleranza dell’incertezza” (Intolerance of Uncertainty, IU), definita come la tendenza a reagire negativamente sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale alle situazioni caratterizzate da informazioni incomplete o ambigue.

In altre parole, non sembra essere tanto l’incertezza in sé a generare sofferenza, quanto il modo in cui la persona si rapporta e reagisce ad essa.

La ricerca ha mostrato che l’intolleranza dell’incertezza rappresenta un fattore transdiagnostico, cioè un processo psicologico coinvolto in molte condizioni psicopatologiche differenti, tra cui disturbi d’ansia, disturbo d’ansia generalizzato, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo e altre forme di sofferenza emotiva.

Una meta-analisi recente che ha incluso oltre 30.000 partecipanti ha evidenziato una forte associazione tra intolleranza dell’incertezza e difficoltà nella regolazione emotiva. Le persone con elevata IU tenderebbero ad utilizzare maggiormente strategie disfunzionali come evitamento, rimuginio e tentativi eccessivi di controllo.

L’incertezza come esperienza condivisa

L’incertezza, in quanto componente intrinseca di tutti gli aspetti della vita, coinvolge contemporaneamente clinico e paziente.

Una revisione narrativa sulla gestione dell’incertezza nella pratica clinica, evidenzia come le fonti di incertezza siano molteplici: limiti delle conoscenze scientifiche, complessità dei casi, ambiguità diagnostica, relazioni interpersonali e imprevedibilità degli esiti terapeutici. L’incertezza non rappresenta quindi un fallimento della competenza professionale, ma una caratteristica intrinseca della cura.

Anche per il professionista, in quanto essere umano, può essere talvolta difficoltoso tollerarla, ad esempio negandola o cercando di controllarla attraverso la fretta di trovare la soluzione giusta per il singolo paziente. Talvolta il professionista, mosso dal desiderio di rassicurare o dalla difficoltà personale a tollerare il dubbio, può assumere una posizione implicitamente paternalistica. Sarà capitato a qualsiasi terapeuta, almeno una volta, di essere tentato di dare un consiglio in un contesto di incertezza e sofferenza.

Non riconoscere preventivamente questo meccanismo, rischia di spostare l’attenzione dalla persona al problema da risolvere. Al contrario, riconoscere l’incertezza consente di mantenere il focus sul paziente e sulla relazione terapeutica, oltre che dare spazio e tempo di riflessione ad entrambi per trovare il modo di stare meglio con ponderatezza.

La letteratura mostra, tra l’altro, che una bassa tolleranza dell’incertezza è associata a esiti meno favorevoli sia nei pazienti sia nei professionisti. Al contrario, una maggiore capacità di convivere con l’incertezza risulta correlata a un migliore benessere emotivo, a decisioni più equilibrate e a relazioni terapeutiche più efficaci.

La questione, quindi, non è fornire certezze assolute, ma aiutare il paziente a sviluppare una relazione più flessibile con ciò che non può essere completamente previsto.

Una competenza clinica del futuro

La capacità di stare nell’incertezza rappresenta ad oggi una delle competenze cliniche più importanti. In un sistema sanitario sempre più complesso e in una società caratterizzata da cambiamenti rapidi, il valore del professionista non consiste nell’offrire illusioni di controllo, ma nel costruire spazi relazionali sufficientemente sicuri da permettere al paziente di confrontarsi con il non sapere.

Quando il paziente diventa il nucleo terapeutico, l’incertezza smette di essere un nemico da combattere e diventa un territorio da esplorare insieme. In questo spazio condiviso trovano posto la vulnerabilità, la fiducia, la speranza e, soprattutto, la possibilità di crescita.

La cura, allora, non coincide con la promessa di una certezza impossibile, ma con la capacità di accompagnare la persona mentre costruisce significato e direzione anche in assenza di risposte definitive.

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