Nella mia esperienza clinica, incontro talvolta persone che arrivano in terapia portando con sé una fatica silenziosa: quella di chiedere aiuto. Non è raro che il primo colloquio avvenga dopo un lungo periodo in cui hanno cercato di gestire tutto da sole, minimizzando il disagio o convincendosi di dover “resistere ancora un po’”.
Ricordo, ad esempio, una paziente che descriveva con grande lucidità le proprie difficoltà, ma allo stesso tempo faticava profondamente a legittimare la sua sofferenza e il diritto conseguente a ricevere assistenza psicoterapica. Ogni tentativo di avvicinarsi a un bisogno veniva rapidamente ridimensionato, dandosi giustificazioni come “altre persone stanno peggio di me, di che mi lamento?” oppure “ammettere di avere un problema significa essere un problema, quindi non posso chiedere aiuto”. In seduta emergeva chiaramente quanto chiedere aiuto fosse per lei associato a una sensazione di esposizione e rischio, più che a un’opportunità di sollievo.
Alla luce della letteratura sull’attaccamento, ho iniziato a leggere questa difficoltà non come una resistenza, ma come una forma di protezione appresa. I lavori di John Bowlby e Mary Ainsworth mostrano come, in presenza di esperienze precoci in cui i bisogni emotivi non trovano risposta, l’individuo possa sviluppare strategie di autosufficienza che riducono la dipendenza dagli altri. Nel caso di questa paziente, l’autonomia apparente era in realtà un equilibrio costruito nel tempo per evitare il rischio del rifiuto.
Un elemento che spesso osservo è anche la paura del giudizio. In alcune persone, chiedere aiuto attiva immediatamente il timore di essere percepite come “inadeguate” o “troppo emotive/deboli”. Gli studi di Patrick W. Corrigan sullo stigma interiorizzato, aiutano a comprendere quanto queste convinzioni possano incidere sulla disponibilità a cercare supporto, anche quando il bisogno è evidente.
In altri casi, la difficoltà sembra collocarsi a un livello ancora più profondo: quello della consapevolezza emotiva. Alcuni pazienti faticano a identificare e nominare ciò che provano, rendendo complesso anche solo formulare una richiesta. Questo aspetto richiama il costrutto di alessitimia, descritto da Peter Sifneos, che spesso si intreccia con una tendenza a evitare o sopprimere le emozioni, come evidenziato anche dagli studi sulla regolazione emotiva di James J. Gross.
Nel lavoro terapeutico, mi accorgo di quanto sia importante non dare per scontata la capacità di chiedere aiuto, ma considerarla piuttosto come un processo da costruire insieme. Con la paziente, ad esempio, abbiamo iniziato proprio da lì: dal riconoscere la legittimità dei suoi bisogni, dal sostare nella fatica di esprimerli, senza forzarli. Progressivamente, la relazione terapeutica è diventata uno spazio in cui sperimentare, con cautela, la possibilità di affidarsi senza essere svalutata.
Chiedere aiuto non è un gesto banale, ma un atto complesso, che coinvolge la storia relazionale, l’immagine di sé e il modo in cui si percepisce l’altro. A volte significa trovare il coraggio di affrontare un dolore che ci mangia da dentro ma che teniamo sotterrato per timore che possa degenerare o che diventi incontrollato, o ancora significa superare la paura di mettersi a nudo, di andare oltre il timore di provare vergogna e di essere giudicati da altri o dallo stesso terapeuta. Quando questo passaggio diventa possibile, anche in piccole forme, spesso segna un cambiamento significativo: non tanto perché elimina la sofferenza, ma perché apre alla possibilità di non attraversarla più da soli. Per iniziare un percorso di terapia non è richiesto di essere pronti o preparati o sapere già tutto su di sé. Chiedere aiuto è il primo passo per sentirsi meglio.



